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Agli
italiani non è mai stato chiesto di esprimere un sì o un no sull’uso
dell’energia nucleare.
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Nel
novembre 1987 si tennero in Italia tre referendum abrogativi di tre
norme di legge:
la
prima consentiva al CIPE di decidere la localizzazione delle centrali a
carbone e nucleari qualora le amministrazioni locali non decidessero
entro i tempi stabiliti;
la
seconda erogava benefici economici ai comuni che accettavano
l’insediamento di centrali a carbone e nucleari;
la
terza consentiva all’ENEL di partecipare alla realizzazione e
all’esercizio di centrali nucleari all’estero.
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Nella proposta di decisione scritta dalla Corte di Cassazione per la
Consulta si legge che i tre referendum furono ammessi proprio perché
non implicavano un sì o un no all’energia nucleare.
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Ciò
in quanto la Costituzione italiana vieta di sottoporre a referendum le
materie oggetto di trattati internazionali, e il Trattato Euratom,
sottoscritto nel 1957, impegna tuttora l’Italia, insieme agli altri
paesi europei, a sviluppare l’energia nucleare.
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Non
fu quindi l’abrogazione delle tre norme ricordate ad impedire di
realizzare nuove centrali nucleari in Italia. La decisione di non
costruire nuovi impianti e di fermare quelli esistenti fu assunta, in
palese violazione del Trattato Euratom, dai governi di allora, che
privilegiarono il consenso elettorale incuranti dei danni arrecati
all’economia del Paese.
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La
costituzione italiana non prevede lo strumento del referendum
consultivo: non sarebbe quindi possibile, oggi come allora, chiedere
agli italiani di esprimere un sì o un no sull’uso dell’energia nucleare.
Si tratta di una decisione di politica energetica nazionale che compete
al governo e al parlamento. |