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PRESUPPOSTI PER IL PROGRAMMA
ELETTRONUCLEARE NAZIONALE
a cura di Ugo Spezia
La
giornata di studio AIN 2008, svoltasi a Genova il 24 Novembre
2008, è stata dedicata all’esame dei presupposti che l’AIN
ritiene necessario garantire per la corretta impostazione e
realizzazione di un programma elettronucleare nazionale. Gli
interventi tenuti dai relatori hanno avuto la finalità
principale di evidenziare le problematiche aperte e di indicare
le corrispondenti possibili soluzioni, alla luce delle
risultanze emerse dai lavori del Consiglio scientifico e dei
Gruppi di lavoro tecnici dell’Associazione.
Nel
corso della giornata sono stati affrontati, in articolare, i
seguenti aspetti:
le
necessità di pianificazione del sistema elettrico nazionale;
le
necessità di riforma del sistema normativo che presiede all’iter
di localizzazione e autorizzazione degli impianti nucleari;
i
modelli di finanziamento dei progetti nucleari;
le
necessità di potenziamento dell’Autorità di controllo nucleare;
le
tecnologie mature ed emergenti nel settore elettronucleare;
le
necessità di rafforzamento della presenza dell’industria
nucleare italiana nel mercato internazionale attraverso idonee
strategie di partnership;
la
necessità di favorire la qualificazione del comparto
manifatturiero nazionale attraverso idonee iniziative nel campo
della normativa tecnica e della certificazione;
gli
impegni prioritari e l’assetto operativo più funzionale al
potenziamento delle attività di ricerca e sviluppo industriale
nel settore nucleare;
l’adeguamento delle capacità di formazione a livello
universitario;
la
sistemazione definitiva dei materiali e dei rifiuti radioattivi;
la necessità di definire e dare attuazione ad una
strategia e ad un programma di comunicazione istituzionale come
premessa per la gestione del consenso.
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ITALIA NUCLEARE DALLA PILA DI
FERMI AL DISSESTO ENERGETICO
di Ugo Spezia
Le
indecisioni che hanno caratterizzato lo sviluppo dell'energia
nucleare in Italia hanno fino col penalizzare gravemente
l'evoluzione del sistema energetico del Paese fino a portarlo
all'attuale situazione di dissesto economico: 60 miliardi di euro è
la somma complessiva che nel 2008 l'Italia ha pagato all'estero per
'importazione di fonti energetiche, mentre le famiglie e le imprese
italiane pagano il chilowattora più caro del mondo. I ripensamenti
che hanno finito con l'azzerare il sistema nucleare italiano,
vanificando ingenti investimenti in tecnologia, know-how, e capitale
umano, sono ripercorsi attraverso la cronistoria degli avvenimenti
che si sono succeduti dall'immediato dopoguerra ad oggi: l'avvio e
lo sviluppo delle iniziative industriali, con la nascita del CISE e
la realizzazione delle prime centrali nucleari; la creazione del
CNRN e la progressiva dispersione degli obbiettivi della ricerca; la
nazionalizzazione dell'industria elettrica e il "caso Ippolito"; le
corruttele legate al business del petrolio e i fallimenti della
pianificazione energetica; la nascita del movimento antinucleare, la
demagogia e l'abdicazione della politica; la cancellazione dei
programmi nucleari, il disinteresse e l'abbandono di ogni forma di
governo del settore energetico.
Un
insieme impressionante di errori dai quali oggi è indispensabile
ripartire con consapevolezza per ricostruire su nuove basi
l'equilibrio energetico del Paese.
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Dopo aver rilevato in più occasioni gli squilibri che la
decisione di rinunciare all'energia nucleare ha prodotto nel
sistema energetico nazionale, e in particolare nel sistema
elettrico, l'AIN dedica la Giornata di Studio del 17.12.2007
alla riapertura dell'opzione nucleare in Italia.
Gli
atti della Giornata contengono le proposte dell'AIN al Governo e
al Parlamento a fronte di una serie di relazioni illustrative
del ruolo che l'energia nucleare ha oggi e potrà avere nel
futuro nel soddisfacimento dei bisogni di energia elettrica,
esaminando le possibili evoluzioni del sistema elettrico
italiano, le capacità operative e gestionali esistenti in Italia
e le opportunità di inserimento nel contesto delle nuove
iniziative in atto a livello internazionale.
L'energia nucleare riveste un ruolo fondamentale per soddisfare,
in condizioni di sostenibilità economica ed ambientale, il
fabbisogno di energia elettrica dei paesi industrializzati. il
contributo nucleare alla produzione elettrica è stato nel 2006
del 33% in Europa (dove il nucleare è la prima fonte di
produzione), del 24% nei paesi dell'OCSE (l'organizzazione della
quale fanno parte i 27 paesi più industrializzati del mondo) e
del 16% a livello mondiale. Nel mondo ci sono 439 reattori in
funzione (in 32 paesi), 33 reattori in costruzione (in 14 paesi
tra cui, in Europa, in Finlandia, Romania, Russia e Slovacchia),
94 reattori in progetto (in 14 paesi, tra cui, in Europa,
Francia, Russia, Bulgaria e Ucraina) e 223 reattori in opzione
(in 23 paesi). L'Italia è stato il solo paese industriale ad
avere chiuso ed avviato allo smantellamento tutti i propri
impianti nucleari. Per effetto di quella scelta sconta oggi il
costo di produzione dell'energia elettrica più elevato ed il
sistema elettrico più inquinante e instabile fra i maggiori
paesi industriali. Su questi problemi la classe politica
italiana, cui compete l'azione di indirizzo dell'economia del
paese, è chiamata a fornire risposte concrete.
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Associazione Galileo 2001
Anche se i dati scientifici pubblicati
dall'UNSCEAR, dal Chernobyl Forum e dall'IARC ne hanno
ridimensionato le conseguenze, il disastro di Chernobyl rimane la
peggiore catastrofe nella storia delle applicazioni pacifiche
dell'energia nucleare.
In questo volume sono descritte, in chiave
divulgativa ma scientificamente rigorosa, le caratteristiche del
reattore e della centrale, le cause e le drammatiche fasi
dell'incidente, le conseguenze sanitarie ed ambientali, le misure di
emergenza che portarono all'evacuazione di centinaia di migliaia di
persone e all'edificazione del sarcofago che racchiude tuttora, in modo
sempre più precario, i resti del reattore distrutto.
E' rievocata anche la percezione che del
disastro si è andata affermando in Italia nei vent'anni trascorsi dal 26
aprile 1986, a partire dall'arrivo della nube di Chernobyl, attraverso
le misure di emergenza imposte in Italia e il dibattito politico che
portò alla conferenza nazionale sull'energia, ai referendum antinucleari
e alle successive scelte di politica energetica.
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Associazione Galileo 2001
di Franco Battaglia e Angela Rosati
Il
consenso dell'opinione pubblica è divenuto un elemento
fondamentale nelle decisioni politiche. Ma cosa succede quando
quel consenso è fondato su una limitata conoscenza dei fatti o,
peggio, su paure irrazionali nei confronti delle novità offerte
dai progressi della scienza e della tecnica?
Certe decisioni, dettate dai timori che inducono alla prudenza
ma sono privi di fondamento scientifico, possono avere
conseguenze drammatiche sulla vita e sulle tasche dei cittadini,
come illustrano quelle adottate nel nostro paese nei confronti
dei campi elettromagnetici, delle biotecnologie vegetali, della
difesa del suolo, dei cambiamenti climatici, dello smaltimento
dei rifiuti e, in particolare, dell'energia nucleare.
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a cura di Enrico Mainardi e Ugo
Spezia
La
tradizionale Giornata di Studio dell'AIN, svoltasi a Roma
il 2 settembre 2004 sul tema "Orizzonti delle tecnologie
nucleari in Italia", ha evidenziato come, in seguito al
mutamento degli indirizzi di politica energetica seguiti al
referendum del 1987, l'Italia sia stato l'unico fra i paesi
industriali a chiudere definitivamente i propri impianti
nucleari, nonostante il loro elevato standard di sicurezza e la
mancanza di alternative valide per la riduzione della dipendenza
nazionale dagli idrocarburi.
La
decisione di azzerare il programma nucleare fu assunta dal
Governo italiano a fronte del parere unanimemente contrario
espresso da tutte le componenti tecnico scientifiche e
industriali nazionali in occasione della Conferenza Nazionale
sull'Energia del 1987. Da allora ad oggi il sistema energetico
ha subito un'evoluzione inerziale che lo ha portato a dipendere
per l'82% dalle fonti di importazione (in prevalenza petrolio,
metano ed energia elettrica) con un esborso annuo che nel 2003
ha superato i 30 miliardi di euro. Il costo medio del kWh di
produzione nazionale è 1,6 volte quello medio europeo, 2 volte
quello francese e 3 volte quello svedese.
La
cancellazione dei programmi nucleari e la chiusura degli
impianti in esercizio ha comportato la vanificazione di un
investimento che fu allora valutato dall'ENEL in 120 mila
miliardi di lire storiche. La scelta fatta dall'Italia contrasta
con quelle di tutti gli altri paesi industriali avanzati. A
fronte del disastro prodotto dalle scelte passate è necessario
ed urgente riaprire al paese la possibilità di utilizzare
l'energia nucleare.
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di
Paolo Fornaciari
Nel
secolo che si è appena concluso ci sono stati oltre cinquanta anni
di conflitti nell'area mediorientale. Il nuovo millennio si è aperto
con l'ennesima guerra determinata anche dalla necessità di
controllare le risorse petrolifere dell'area.
Solo
una politico di forte sviluppo dell'economia mondiale che comprenda
un piano Marshall per il Medio Oriente potrà aiutarci a superare i
conflitti. Nel 1953, il presidente americano Dwght D. Eisenhower
presentò all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il programma "
Atomi per la pace " che, se fosse stato realizzato, avrebbe
probabilmente generato il più lungo periodo di pace della storia.
L'utilizzo pacifico della fonte nucleare ci aiuterà a ridurre la
dipendenza dal petrolio e ad avere le immense quantità di energia
che sono necessarie per la crescita dell'economia mondiale e
soprattutto dei paesi in via di sviluppo.
L'atomo
che nell'immaginario collettivo odierno evoca paura e morte, può
diventare un vero strumento di pace.
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La
radioattività, i cambiamenti climatici, la "mucca pazza",
l'elettrosmog, le biotecnologie, gli organismi geneticamente
modificati e "l'orto di Frankenstein": fantasmi quotidianamente
evocati sui mezzi di informazione e sapientemente agitati per
aprire nuove aree di potere fondate sul terrorismo psicologico.
Fantasmi che, se non esorcizzati, rischiano di uccidere la
libertà della scienza e della ricerca e di costare al paese
l'uscita dal novero dei paesi industriali avanzati.
Iniziative dettate da un approccio integralista e
antiscientifico ai problemi ambientali hanno ormai prodotto
gravi danni a importanti settori della ricerca e delle attività
produttive, senza alcun risvolto positivo per la salvaguardia
dell'ambiente e per la salute dell'uomo, al punto di sollevare
la pacata ma ferma protesta di un numero crescente di scienziati
e ricercatori. La scienza non produce miracoli e non è foriera
di catastrofi: nel corretto uso della ricerca scientifica e
tecnologica ci sono le risposte ai millenari problemi
dell'umanità e anche ai nuovi problemi ambientali. Di questo il
sistema politico e il sistema dell'informazione devono prendere
serena coscienza e adottare atteggiamenti conseguenti.
L'informazione, in particolare, chiave di volta di ogni sistema
democratico, è chiamata oggi più che mai a svolgere la propria
funzione, ma per farlo con efficacia deve confrontarsi in modo
sistematico con le fonti scientifiche invece di inseguire il
facile sensazionalismo che attrae si l'attenzione del pubblico,
ma stimola e induce comportamenti irrazionali.
Con
la Giornata di Studio 2001 l'AIN intende fornire il proprio
contributo per ricollocare l'informazione nell'alveo della
consapevolezza e dell'obbiettività, anche attraverso la
creazione di infrastrutture di supporto e documentazione
degli operatori professionali.
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Questo libro racconta le alterne vicende dello sviluppo
dell'energia elettronucleare in Italia, a partire dal secondo
conflitto mondiale.
Dalle speranze e dagli entusiasmi degli anni Cinquanta e
Sessanta, quando il nostro paese era terzo nella produzione di
energia elettrica da fonte nucleare dietro Stati Uniti e Gran
Bretagna, al rallentamento dei programmi negli anni Settanta per
le pressioni dei petrolieri e le opposizioni degli
ambientalisti, dal rilancio delle attività e dell'impegno con la
costruzione della centrale Alto lazio e con il Progetto
Unificato Nucleare, agli anni del disimpegno, dopo il grave
disastro di Chernobyl.
Sono passarti dieci anni dalle infauste decisioni politiche del
periodo 1980-1990, che hanno decretato la moratoria di cinque
anni per le nuove costruzioni e l'arresto delle centrali
nucleari esistenti. L'elevata dipendenza dall'estero , in
particolare dagli idrocarburi e il rischio di gravi
ripercussioni di non impossibili nuove crisi energetiche,
suggeriscono una nuova riflessione sulla politica energetica del
nostro paese, soprattutto nel momento del nostro ingresso nella
prima fase dell'unione monetaria dell'Unione Europea.
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La rinuncia alla produzione elettronucleare e la
chiusura delle centrali e delle installazioni del ciclo del
combustibile nucleare non hanno ottenuto in Italia la necessità di
mantenere vive ed operanti nel paese le competenze
tecnico-scientifiche, professionali ed industriali tuttora esistenti
in questo settore, competenze che rappresentano un patrimonio
insostituibile faticosamente messo insieme attraverso cinquant'anni
di impegno.
Nel prossimo futuro il paese dovrà
infatti confrontarsi con alcuni importanti vincoli esterni:
il trattamento dei rifiuti radioattivi,
del combustibile irraggiato, e dei materiali nucleari derivanti dalle
attività energetiche dismesse;
la disattivazione e lo smantellamento
(decommissioning) degli impianti nucleari realizzati dagli anni
Cinquanta ad oggi e definitivamente chiusi per effetto delle decisioni
di politica energetica;
la realizzazione di un deposito
nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi;
la progressiva perdita di personale
qualificato dovuta al naturale invecchiamento dei quadri e al
progressivo disimpegno delle strutture industriali e gestionali;
il permanere della situazione di
pregiudizio dell'opinione pubblica e delle autorità locali per le
attività nucleari di tutti i tipi;
la necessità di presidiare un settore
la cui importanza - oggi e in prospettiva - resta fondamentale negli
equilibri energetici del mondo.
La necessità di gestire il nucleare
pregresso, l'estensivo utilizzo dell'uso delle radiazioni in diversi
settori industriali, medico-sanitari e della ricerca, la necessità di
garantire la corretta gestione dei rifiuti radioattivi e di affrontare
le possibili situazioni di emergenza che potrebbero comunque interessare
l'ambito nazionale impongono al "Sistema Italia" di presidiare con
cognizione e con decisione questo settore.
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Con questo volume le Associazioni tecnico-scientifiche e
industriali del settore nucleare portano il loro contributo
propositivo alla Conferenza Nazionale Energia Ambiente e al
sistema politico-istituzionale in favore di una ripresa
dell'impegno nazionale nel settore dell'energia nucleare.
L'energia nucleare ha fornito nel 1997 il 17 % dell'elettricità
prodotta nel mondo, il 25% dei paesi OCSE e il 35% nella media
dei paesi dell'Unione Europea. Le più recenti previsioni di
sviluppo elaborate elaborate dall'OCSE stimano che in futuro
questa quote cresceranno fino a raggiungere quote del 20-25%
nell'America del Nord e del 40-60% nella zona europea dell'OCSE
e in Giappone.
In nessun paese del mondo, a valle del disastro di Chernobyl, la
fonte nucleare è stata oggetto di ripensamenti sostanziali:anche
dopo quel drammatico evento, dal 1986 ad oggi, la potenza
nucleare in funzione nel mondo è aumentata del 40%, passando da
250.000 a 350.000 MWe, e sono attualmente in costruzione nuovi
impianti per una potenza aggiuntiva di 33.700 MWe in quindici
diversi paesi.
A fronte della indiscutibile affermazione dell'energia nucleare
in tutti i paesi industriali avanzati, l'Italia si trova in una
posizione di evidente singolarità, e per effetto delle decisioni
assunte dopo il disastro di Chernobyl- contro le indicazioni
della Conferenza Nazionale sull'Energia del 1987 - il paese
rischia di perdere le competenze scientifiche, tecnologiche,
industriali e gestionali costruite a partire dagli anni Quaranta
a prezzo di uno sforzo tecnologico ed economico non ripetibile.
Il rinvio di importanti e responsabili scelte di politica
energetica ha conseguenze gravi. Il soddisfacimento del
fabbisogno energetico italiano continua a dipendere per oltre
l'80% dalle importazioni di combustibili fossili e di energia
elettrica dall'estero, con un esborso circa di 40 mila miliardi
di lire all'anno in valuta pregiata, somma di fatto sottratta ad
una proficua politica di investimenti in sede nazionale.
Tutto ciò mentre il 18% della domanda nazionale di energia
elettrica è tuttora soddisfatto attraverso le importazioni
dirette di elettricità nucleare dall'estero. Con ogni evidenza,
l'Italia non ha affatto rinunciato all'energia nucleare: l'ha
invece resa una nuova fonte di importazione, rinunciando semmai
alle sue ricadute scientifiche, industriali, economiche e
occupazionali.
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